Nella penombra di una stanza colma di dolore, le voci si intrecciano come fili di un destino già scritto. È un lamento, ma anche un canto. È una preghiera, ma anche una poesia. È s’attitidu, l’antico rito funebre della Sardegna, in cui il dolore si fa voce e la morte trova la sua eco nella melodia struggente delle donne.

Un tempo, quando la vita e la morte si intrecciavano più strettamente con la comunità, era alle donne che spettava il compito di trasformare il lutto in parola, il pianto in canto. Is attitadoras, figure avvolte in scialli neri, donne di famiglia o prefiche di mestiere, vegliavano il defunto recitando versi improvvisati, intonando un’ultima carezza sonora a chi si apprestava a varcare la soglia dell’ignoto.

Sulle origini di S’attitidu aleggia il mistero. Forse un’eredità greca, simile ai lamenti di Andromaca, Ecuba ed Elena attorno al corpo di Ettore narrati nell’Iliade. Forse un’eco della romanità, o semplicemente il frutto di una necessità universale: dare voce all’assenza. Il rito prima però non era solo una manifestazione privata, ma un atto collettivo, un rituale che rinsaldava i legami tra i vivi attraverso il ricordo dei morti.

Il canto, improvvisato e in rima, era un’elegia in cui si esaltavano le virtù del defunto, si evocavano episodi della sua vita, si lasciava affiorare il dolore. Ma non tutte le voci erano uguali. Quando il lamento proveniva da una parente stretta dotata di su donu, il dono del canto sentito e vibrante, il rito assumeva una potenza ineguagliabile. Se invece era una prefica a intonarlo, il tono cambiava, distanziandosi dalla sfera intima della famiglia.

La stanza in cui riposava il defunto era lo spazio di un dolore condiviso. La più anziana delle donne dava inizio al lamento, partendo con un sussurro che si trasformava presto in un’invocazione accorata. Ogni canto aveva sfumature diverse: se il morto era giovane, il dolore si tingeva di disperazione; se era un anziano, il tono si faceva più sereno, quasi rassegnato. Se la morte era violenta, il lamento si trasformava in un urlo di rabbia e di ingiustizia.

Anche la lingua raccontava il legame con il defunto: una madre poteva dire “poita m’as lassau” (perché mi hai lasciato), mentre una prefica si esprimeva con distacco: “poita d’as lassada” (perché l’hai lasciata).

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Oggi il rito de s’attitidu è un’usanza che si affievolisce, inghiottita dal tempo e dai mutamenti della società. Ma nei piccoli centri della Sardegna, dove il dolore è ancora un’esperienza collettiva, il suo ricordo resiste. Il lutto rimane un momento sacro, un passaggio in cui la comunità si stringe attorno alla perdita. Ancora oggi, in molti angoli dell’Isola, c’è una voce che si alza nel buio, intonando il canto antico del dolore e dell’amore.

Di seguito s’attitidu cantato a Esterzili nel 2002 da una figlia per la madre. 

“Mamma mia! Qusta bruta notizia ma curpidu su coru che unu pugnali de babbu e de fradi; intendu su dolori e perunu dottori mi du podidi curai oi a du cumplicai insu internu miu es prusu mamma mia! Mamma mia non tengu prusu eita possu fairi? A mi rassegnai! Po cantu duru in sa vida qusta bruda ferida po sempri dona dolori ma su forti tu amori. Mamma mia a chi mi onada cunfortu! Mamma mia chi totu ti ricontu. Mamma mia non mi basta sa menti! Mamma mia ti prangiu frequenti! Mamma mia non ti creasa sola! Mamma mia Lai, Deiana e Boi e Sinforosa a nomini! Mamma mia in domu po disponniri! Mamma mia ci faisi troppu farta, mamma mia in tottu fusti esatta, mamma mia abili e premurosa. Mamma mia, gentili e generosa, mamma mia tottu tenidi de bonu!  Mamma mia ca deusu cussu donu, mamma mia abondanti ti donau!”

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